27 ottobre 2015

Smart city in Italia: un potenziale di investimenti da 65 miliardi di euro

Sul fronte smart city l’Italia è notevolmente indietro rispetto al resto dell’Europa. Colpa della mancanza, nelle nostre città, di cabine di regia che offrano un approccio organico agli interventi, della troppa burocrazia e dell’incapacità di guardare lontano di tante amministrazioni che spesso però hanno economicamente le mani legate. E’ un peccato, perché gli interventi per rendere le città italiane più sostenibili e vivibili – dalla mobilità sostenibile, alla gestione intelligente di spazi, energia, risorse e rifiuti – potrebbero muovere investimenti per circa 65 miliardi di euro, cioè oltre 7 volte quanto investito ad oggi.

Un tema importante

È questo uno dei messaggi che arrivano dal nuovo report sulle smart city in Italia dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, che sarà presentato giovedì 29 ottobre a Milano, ma che QualEnergia.it ha potuto sfogliare in anteprima.

Per capire quanto sia importante il tema della smart city basti ricordare che 2008 la popolazione mondiale che vive in agglomerati urbani ha superato quella rurale e che al 2050 si prevede che il 70% dei 9 miliardi di abitanti del nostro pianeta vivrà nelle città. Le direzioni in cui si può agire sono molte: ottimizzazione dei servizi pubblici; efficienza energetica in ambito domestico e urbano; soluzioni di trasporto innovative e sostenibili; integrazione delle rinnovabili; riduzione degli sprechi nella gestione delle risorse idriche e dei rifiuti e molto altro ancora.

Modelli di sviluppo

Lo studio va a vedere come ci si sta muovendo nelle città europee e in quelle italiane; in particolare come interagiscono nella varie situazioni i tre “building block”, cioè i “mattoncini” che entrano in gioco nei progetti: tecnologie, attori e modelli di finanziamento.

La principale differenza fra i casi più virtuosi di “smartness” e quelli meno virtuosi – si scopre – non risiede nell’orizzonte temporale di intervento (ossia non è dovuta a tempistiche di investimento significativamente diverse), e neppure nella localizzazione geografica (anche se vi è una maggiore prevalenza di città nord europee nelle aree ad elevata smartness), bensì nel business model utilizzato per gestire i progetti.

A risultare vincente, in contrapposizione con il modello di sviluppo “additivo”, è quello“organico”, caratterizzato dalla presenza di una cabina di regia, composta di solito da tutti i soggetti coinvolti nei progetti. Una struttura dotata di una propria governance che assume un ruolo formale nella gestione dei progetti, stilando una roadmap e coprendo interventi tecnologici molteplici. E che solitamente privilegia un modello difinanziamento PPP (partnership pubblico-privato) che permette agli enti pubblici di attrarre e reperire risorse finanziarie non disponibili al proprio interno.

Città italiane in ritardo

Nel campione di analisi l’E&S Group ha considerato le prime 50 città italiane per numero di abitanti: in 16 città – il 32% del campione – non è stato intrapreso alcun progetto significativo in ambito smart city. Sono solo 7 le eccellenze definite “Italian eagle cities”, nelle quali è stato realizzato un numero cospicuo di interventi in diversi ambiti su una porzione rilevante del tessuto urbano; e 13 le “Italian gazelles cities”, immediate inseguitrici.

Solo il 40% delle principali città italiane si è quindi già mosso con un certo grado di virtuosità verso l’adozione del modello smart city: il distacco con il resto d’Europa è però ancora grande. La ragione principale di questo gap – si spiega nel report – va ascritta alla prevalente adozione da parte delle città italiane del modello di sviluppo “additivo”, nel quale si fanno interventi spot senza una roadmap né una regia.

In Italia è anche scarsa la diffusione del PPP, talvolta vista in modo negativo come una modalità di relazione poco trasparente tra soggetto pubblico e soggetti privati. Inoltre esiste un’elevata burocratizzazione che ha un impatto netto negativo sulla possibilità di usufruire di finanziamenti pubblici (possibili abilitatori di tali progetti) e, infine, una ridotta capacità di spesa delle Pubbliche Amministrazioni, legata a un’indisponibilità di cassa e/o ai vincoli di bilancio vigenti (con riferimento ad esempio al Patto di stabilità).

Il potenziale da sfruttare

Ostacoli da rimuovere visto che, in riferimento alle prime 50 città italiane, il report stima un potenziale di mercato teorico delle smart city in Italia – inteso come somma degli investimenti necessari per ottenere il massimo grado di smartness – pari a circa 65 mld di €, cioè oltre 7 volte il cumulato degli investimenti ad oggi realizzati in tale ambito.

Di questo enorme potenziale, la parte destinata a tradursi in mercato reale da qui al 2020 è – la previsione – è pari a 10 miliardi di euro, solo il 16% del mercato teorico, ma con un volume annuo di investimenti di circa 2 miliardi di euro all’anno, ossia con una progressione doppia rispetto al ritmo medio degli investimento tenuto nell’ultimo quinquennio (vedi grafico).

È possibile uscire da questa situazione e accelerare sulla strada delle smart city? “La risposta – conclude lo studio – ancora una volta viene dal business model. La trasformazione è possibile se gli attori in gioco saranno in grado, attraverso una cabina di regia condivisa e forme di finanziamento PPP appositamente studiate, di sopportare gli orizzonti di investimento e l’invasività di questi interventi. Ancora una volta una sfida per il nostro Paese sulla sua capacità di fare sistema.”