28 maggio 2015

Perché il prezzo del petrolio sta salendo

Negli ultimi giorni, il prezzo del petrolio è aumentato di circa il 40 per cento rispetto ai minimi raggiunti nel mese di marzo.

E questo dopo il forte calo degli ultimi mesi che ha portato il prezzo al barile a raggiungere il livello più basso degli ultimi cinque anni e mezzo, cioè da quando la crisi mondiale causò un improvviso crollò della domanda di greggio. L’Economist scrive che la recente ripresa è dovuta più che altro a ragioni a breve termine.

Tra le cause della ripresa – se così si può definire – ci sono le tensioni in Medio Oriente che hanno portato a una diminuzione dell’offerta e un aumento della domanda in Cina, che attualmente è il secondo paese consumatore al mondo e il più grande importatore. Il consumo e l’acquisto di benzina negli Stati Uniti – visti i prezzi più bassi – è aumentato e, allo stesso tempo, la produzione degli Stati Uniti è calata leggermente. Infine, le riserve di greggio sono diminuite per tre settimane consecutive, anche se partivano da livelli molto elevati. Detto questo, precisa l’Economist, è improbabile che l’attuale ripresa del prezzo possa essere sostenuta.

I motivi sono sostanzialmente quelli del calo del 2014. Secondo molti economisti, le cause principali della diminuzione sono state infatti quattro: un eccesso di offerta dovuta soprattutto all’aumento della produzione negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, grazie allo sfruttamento del cosiddetto “petrolio di scisto”, cioè di nuove e discusse tecnologie che hanno permesso l’accesso a idrocarburi conservati molto al di sotto della superficie terrestre e cicli di produzione più brevi (ad oggi, giornalmente viene prodotto circa il doppio dei barili di petrolio greggio che si producevano nella metà degli anni Duemila); hanno poi contribuito il calo della domanda in molti posti, compresi Giappone ed Europa, e l’introduzione di motori più efficienti ed ecologici.

Non è semplice prevedere che cosa succederà al prezzo del petrolio, né se gli Stati Uniti manterranno il loro primato di produttori ma l’Economist spiega che ci sono alcune importanti questioni da tenere in considerazione: la contrazione degli investimenti per la ricerca di nuovi pozzi delle compagnie petrolifere internazionali, che è in calo; il fatto che i progetti di trivellazione in profondità nelle sabbie bituminose del Canada o nell’Artico sono molto costosi; la questione che i sauditi e i loro alleati del Golfo sostengono costi molto bassi per estrarre il petrolio e che finora hanno deciso di non sacrificare la loro quota di mercato per ristabilire il livello dei prezzi; e infine, la domanda di combustibili fossili che nel mondo è in gran parte stagnante o in calo. L’Economist conclude dicendo che nessuno può prevedere il prezzo del petrolio nel 2020, ma anche che c’è una certezza: il fatto che l’energia solare sarà più conveniente. E che di questo va tenuto conto, soprattutto negli investimenti delle grandi compagnie petrolifere.

Fonte: Ilpost.it