22 giugno 2015

Il Chiostro del Carmine – Cenni Storici

“Da molti anni in triste abbandono chiude la sua eleganza architettonica, in totale isolamento dalla conoscenza cittadina, un’opera edilizia di antica e non comune nobiltà: il chiostro che, attiguo all’abside della chiesa di S. Agata del Carmine, fu per secoli convento dei Padri Carmelitani.

Dalla prima chiesetta che fu sede dell’Ordine degli Umiliati e poi dei Carmelitani nel 1357 sorse nel 1450 un primo nucleo della nuova chiesa consacrata nel 1453 dal Vescovo Barozio. Ma alcuni decenni dopo altre opere di ampliamento furono compiute così da essere ricordata in notizie documentarie la data di una nuova consacrazione della chiesa da parte del Vescovo Lorenzo Gabrieli: 1489. Rimangono segni visibili dell’edificio sacro di quel tempo (anche nella veste barocca che nelle volte e nelle trabeazioni l’architetto G. Battista Canina sovrappose all’ossatura quattrocentesca nel 1730) e precisamente nella pianta delle tre absidi terminali, nel contorno marmoreo dell’antica porta sulla facciata apparsa negli scrostamenti di intonaco effettuati quindici anni or sono e in due affreschi dell’Annunciazione e di S. Alberto recentemente apparsi nel restauro della cappella “in cornu evangelii” sulla parete frontale.

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Ma all’ampliamento della chiesa dovette seguire dopo non lungo tempo, l’erezione di questo chiostro a due ordini sovrapposti: a loggia arcuata a pianterreno, a loggia architravata al piano superiore. Una traccia però della preesistente costruzione claustrale aggirantesi intorno al 1450, cioè della prima erezione della chiesa rimane ancora se, in un tratto della loggia superiore rivolta a nord, appare evidente l’impiego di alcune colonnette che rivelano una loro origine appunto di mezzo secolo prima. La data di questo chiostro (che la popolazione della zona, con strano richiamo di epoca ben lontana, chiama tuttora latinamente “claustro”) dall’esame delle cornici e dalla struttura ornamentale dei capitelli presenta le caratteristiche degli ultimi anni del Quattrocento e dei primi del Cinquecento. Ma un elemento di raffronto ancor più attendibile può intervenire ad avvalorare quella data. Differentemente dalle molte logge cittadine dei cortili bergamaschi del primo Cinquecento che sui capitelli presentano gli archi direttamente impostati (cortile del palazzo ex Grumelli-Pedrocca poi Colleoni in via Porta Dipinta, del palazzo Casotti-Mazzoleni ora Bassi-Rathgeb e Tasso ora Perico in via Pignolo, dei cortiletti di via S. Tomaso), in questa architettura appaiono gli archi impostati su pulvini o trabeazioni così da conferire maggior snellezza alla colonna e maggior eleganza d’insieme. Questa invenzione che risale al Brunelleschi, che nei suoi ultimi anni la adottò negli archi delle navate fiorentine delle chiese di S. Lorenzo e di S. Spirito, fu poi adottata ancor più da Donato Bramante nel suo soggiorno milanese alla Corte sforzesca. E appunto il Bramante la usò e nelle notissime arcate della Canonica di S. Ambrogio del 1492 e poco dopo nel grande cortile dall’attiguo monastero retto per il Cardinale Ascanio Sforza nel 1497. L’anonimo costruttore di questo chiostro bergamasco certo conobbe quelle opere appena compiute nella vicina Milano (gli architetti cittadini Pietro Isabello e Pietro Cleri erano nati da pochi anni) e certo trovò modo di imitare questo elemento dell’insigne architetto urbinate.

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I capitelli a motivi rinascimentali vari di ornamenti e di forma, come era nella consuetudine del tempo, furono certo eseguiti dai Iapicidi che avevano da poco compiuta la preziosa opera colleonesca della Cappella e arricchivano di fastose dimore la città maggiore vicina sotto l’impulso edilizio di Gian Galeazzo e Lodovico il Moro. A chi, attraverso una scura galleria, un buio passaggio e uno stretto corridoio, giunge ora a questo silente e raccolto luogo, un tempo sede di studi e di lavoro ed ora destinato ad umili abitazioni e a magazzeni che vanno accrescendone il deperimento, sorge immediato il desiderio che quando le circostanze e i mezzi lo consentiranno possa essere ripristinato nel suo aspetto originario destinandolo ad una sede più degna, una sede che lo scrivente, tre anni or sono, propose per la costituzione di un Museo d’arte decorativa ove, come in molte altre città d’Italia e dell’estero, la bellezza architettonica formerebbe un contorno di alta attrattiva alle raccolte che, disposte nei suoi locali, presenterebbero un aspetto di interesse estetico e culturale imprimendo un nuovo segno di eletta nobiltà alla suggestiva notorietà della nostra alta Città. Ed ora per interessamento del Comune di Bergamo sembra non lontana la realizzazione di un attento ripristino col consolidamento delle parti cadenti ed il restauro delle sue [segue a pagina successiva nobili forme di eleganza rinascimentale.¹ Fra gli antichi chiostri cittadini che furono sede di monasteri, uno fra i più tipici e forse il più caratteristico per eleganza di forme architettoniche ed armonia di misure nei vani dei portici e nella linea delle arcate è quello denominato dal popolo il “Claustro” e che sorge contiguo alla chiesa parrocchiale di S. Agata del Carmine nella via Colleoni di Bergamo Alta. Il nome stesso della chiesa richiama la vicina chiesa di S. Agata dei Padri Teatini, trasformata lo scorso secolo nella sede delle omonime carceri giudiziarie e il titolo del Carmine ricorda i Padri Carmelitani che ebbero qui la loro sede conventuale. Una prima chiesetta già dell’Ordine degli Umiliati, poi passata ai Carmelitani nel 1357, venne da questi ampliata nel 1450 e benedetta nel 1453 dal Vescovo Barozio.

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Ma il completamento della chiesa si realizzò alcuni decenni dopo con la consacrazione del Vescovo Lorenzo Gabrieli, ricordata dal Calvi sotto la data 1489. Tanto la pianta della chiesa attuale con tre absidi terminali, i due affreschi apparsi nello scrostamento delle pareti della cappella frontale di sinistra, e gli avanzi antichi della parte bassa della facciata scoperti venti anni or sono ed ora completati nel recente restauro, definiscono appunto quel periodo di tempo della seconda metà del secolo XV. La consueta copertura interna del tetto in vista venne invece totalmente rifatta con la grande volta eretta dall’arch. G. B. Caniana nel 1730 quando furono anche eseguite in facciata le due porte laterali. Il chiostro appartiene ad un periodo di poco susseguito alla fabbrica della chiesa e può essere considerato eretto, con tutta la costruzione perimetrale delle celle lungo le logge e la sala capitolare a sud, a breve distanza di tempo dalla consacrazione della chiesa. Quando questa fu innalzata dove però già esistere una parte del monastero perché nell’esame delle colonne del primo piano del chiostro che reggono le piattabande a travi di legno si nota la presenza di alcuni capitelli con elementi quattrocenteschi che probabilmente facevano parte di un precedente chiostrino. Il complesso attuale presenta i caratteri dei primi due decenni del Cinquecento e attrae anche per la varietà di gusto e di fattura negli ornati dei capitelli. Ma mentre i chiostri e cortili di palazzi della città hanno di consueto le arcate impostate direttamente sui capitelli, in questo chiostro del Carmine un piedritto con fascia sagomata, denominato pulvino, di altezza un po’ maggiore del capitello, porta più in alto l’arcata, dando snellezza al complesso architettonico. Questo motivo, geniale invenzione di Filippo Brunelleschi che lo adottò per primo nelle chiese fiorentine di S. Lorenzo prima e di S. Spirito poi, venne ripreso poi da Donato Bramante, come si avverte nelle arcate milanesi della Canonica di S. Ambrogio e nell’attiguo monastero negli anni che corrono dal 1492 al 1497. Indubbiamente il costruttore di questo chiostro ebbe presente questo motivo bramantesco e ne fece uso in quei primi anni del Cinquecento per la conoscenza delle opere dell’architetto urbinate, appena sorte nella vicina Milano. E poiché poco tempo dopo il bergamasco Pietro Isabello detto Abano dal 1516 al 1525 ebbe ad erigere in Bergamo la chiesa di S. Benedetto e il chiostrino attiguo e poco più tardi il chiostro grande interno di quel monastero, col costante motivo del pulvino, non è inverosimile pensare che anche di quest’opera si possa avanzare il nome dell’Isabello, considerandolo un suo primo giovanile lavoro. Il complesso del chiostro al di là del perimetro del porticato oltre la sala capitolare (che ha sull’architrave della porta d’entrata un bel fregio scolpito con l’emblema centrale raggiato del monogramma di Cristo e ai lati le figure dell’angelo nunziante e della Vergine), presenta tre altre grandi sale a volta lunettata ora ridotte a depositi e tramezzate da locali di abitazione. La chiesa che ha dipinti di pregio nelle dieci cappellette (con quadri di Talpino, G. B. Crespi, lo Zucchi, il Polazzi e arredi sacri) ha inoltre un raro esempio di ancona in legno scolpito con fregi intagliati a cuspidi trilobate e figure di Santi intorno alla statua centrale della Madonna che, richiamando il carattere di due polittici delle chiese di S. Zaccaria e dei Frari in Venezia, affini nel tempo all’epoca di erezione di questa chiesa, fa pensare sia un’opera commessa da un cittadino bergamasco fra i molti che, nella seconda metà del Quattrocento, svolgevano attività di commerci e di lavoro nella città dominante. L’insieme dei fabbricati dell’antico monastero che lo scrivente aveva proposto, or son dieci anni, dopo un restauro totale, quale sede di “Museo di Arte decorativa e storia cittadina” potrebbe ora destinarsi ad una istituzione che valorizzasse il raggruppamento dei locali, con una eventuale integrazione, a nobilitare sempre più il complesso delle attrattive che la nostra Città Alta assomma sotto tanti aspetti dell’arte e della vita di un tempo.”

Fonte: Sito web SIGI – Sistema Informativo Geografico Integrato Comune di Bergamo e IBCAA – Inventario dei Beni Culturali, Ambientali e Archeologici del Comune di Bergamo